FIORE

L'evoluzione della vegetazione

Alla nascita di Roma le foreste dei Campi Flegrei, come quelle di tutta l'Italia peninsulare dovevano essere quasi intatte; i Romani, del resto, difesero a lungo i boschi sacri. Nel territorio flegreo erano celebri la "Silvia Gallinaria", ricca foresta sempreverde forse frammista a pineta litoranea ("Gallinaria Pinus" di Giovenale), ricordata anche da Cicerone e la densa foresta dell' "Aorna" (Selva di Averno). Tali boschi si estendevano dal Nord di Cuma fino a Castelvolturno, alcuni di essi venivano periodicamente diradati o tagliati, mentre altri, specialmente i querceti produttori di ghiande, venivano assegnati al pascolo.

Ma la popolazione cresceva e con essa cresceva il bisogno di legname per nuove case, per navi, per ponti, per argini, per fortificazioni e steccati. Nei Primi secoli dell'Impero le foreste furono sfruttate in modo sempre più preoccupante. La Silvia Gallinaria fornì, secondo Strabone, gli alberi per la costruzione delle navi per la flotta di Sesto Pompeo nel corso delle Guerre Civili. Già nel quarto secolo alcuni autori riportano che nella pianura della Campania erano scomparsi i boschi e ne restavano solo nelle montagne. Tale depauperamento della vegetazione ebbe una pausa nel periodo delle invasioni barbariche in conseguenza dello spopolamento per poi riprendere nel periodo dei Comuni e proseguire con un progressivo e mal compensato sfruttamento in tutti i secoli che seguirono fino all'eruzione di Monte Nuovo.

La rapida e violenta eruzione che determinò in pochi giorni a partire dal 29 settembre 1538, la formazione di Monte Nuovo con la messa in posto di circa 40 milioni di metri cubi di materiale vulcanico, portò non solo alla distruzione del villaggio di Tripergole, ma anche alla scomparsa del mantello vegetale in una vasta zona compresa fra il lago di Lucrino e la parte occidentale dei Campi Flegrei, contribuendo al declino naturalistico dei Campi Flegrei che comunque aveva origini lontane.
Con la fine di tale evento vulcanico, iniziò la colonizzazione da parte degli organismi vegetali pionieri provenienti da aree circostanti. In oltre 450 anni, le diverse specie vegetali hanno preso possesso dell'area nuda, rivestendola di una vegetazione più o meno densa, senza che si sia raggiunto un equilibrio tipico di zone geologiche più antiche e "tranquille".

La vegetazione di Monte Nuovo

L'attuale vegetazione di Monte Nuovo è il risultato di una serie di fattori geologici, ambientali ed antropici che hanno nel tempo profondamente modificato l'originario paesaggio vegetale.
Il territorio flegreo, in cui è compreso Monte Nuovo, presenta un clima di tipo mediterraneo, con estati calde e secche ed inverni piovosi. Data, la peculiare morfologia della zona, caratterizzata da numerosi crateri, vi regna un elevato tasso di umidità relativa, che attenua parzialmente la siccità estiva e permette escursioni termiche molto contenute. Per quanto riguarda il substrato, l'origine vulcanica del suolo gli conferisce un chimismo prevalentemente acido, per cui le specie vegetali presenti in zona saranno, essenzialmente acidofile.
Osservando il paesaggio vegetale lungo le pendici del cratere, percorrendo anche le tappe della sua evoluzione attraverso le fonti bibliografiche, si notano le modificazioni che la vegetazione di Monte Nuovo ha subito nel corso del tempo; ad una formazione steppica, tipica di ambienti aridi, la Disa, caratterizzata da graminacee quali l'Hiparrenia (Hiparrhenia hirta) e la Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus), visibile sul versante meridionale più caldo e assolato, segue la Gariga, costituita da arbusti bassi, talora aromatici, come l'Elicriso (Helicrisum litoreum), e la Ginestra (Calicotome villosa), collocata nelle zone più aride e degradate. Alla Gariga subentra poi, prima una Macchia bassa distribuita sui versanti occidentale e meridionale con specie sempreverdi, a foglie dure e lucenti, fra cui il Mirto (Myrtus communis), il Lentisco (Pistacia lentiscus), le Filliree (Phyllirea latifolia e Phyllirea angustifolia), il Cisto (Cistus salvifolius), l'Erica (Erica arborea), mentre, sul versante settentrionale più umido e fresco, è presente una Macchia alta, costituita in prevalenza da Lecci (Quercus ilex) e Corbezzoli (Arbutus unedo). La parte interna del cratere esposta a nord, è infine occupata da una densa Lecceta con esemplari di Leccio (Quercus ilex), Roverella (Quercus pubescens), Frassino (Fraxinus ornus) con un fitto sottobosco di Edera (Hedera helix). Tale tipo di vegetazione cessa di colpo nel fondo del cratere, colonizzato da specie più igrofile, le Canne (Arundo donax) ed (Erianthus Ravennae), ed da un felceto di (Pteridium aquilinum). Sul dorso meridionale del vulcano troviamo delle fumarole dove la presenza di notevoli quantità di vapore acqueo e temperature intorno ai 70 gradi, permette lo sviluppo di specie macroterme come alcuni tipi di muschi e felci e di un Cipero (Scirpus holoschoenus), tipico di "zone umide".
L'uomo, da parte sua, ha tentato di riprendere in parte dalle falde del cono, quelle superficie seppellite dall’eruzione e con un lavoro assiduo ha prima piantato la selva di castagno sui pendii settentrionali e in seguito con opere di terrazzamento ancora visibili, vi ha coltivato la vigna. Tale lavoro di piantagioni è andata col tempo aumentando per cui l'originaria vegetazione a macchia è stata prima inquinata dalle piante "antropocore", per poi essere sostituita dalla pineta, costituita in prevalenza da Pini domestici (Pinus pinea), piantata intorno al 1930 soprattutto sul versante meridionale. In questi ultimi decenni, gli incendi, alcune malattie parassitarie e l'inquinamento umano hanno compromesso lo stato della pineta che via via tende a diradarsi favorendo di nuovo lo sviluppo dell'originaria macchia mediterranea.







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Last Updated: Monday, February 19, 1996