Il Territorio di Tripergole dall'antichità ad oggi

L'area compresa tra il lago d'Averno, il lago Lucrino, Toiano ed Arco Felice, oggi prevalentemente occupata dal vulcano Monte Nuovo, ha svolto nell'antichità e nel Medioevo un' importante ruolo militare e termale nella storia dei Campi Flegrei. Inoltre, per effetto del bradisismo -che ha condizionato la vita del villaggio di Tripergole, totalmente sepolto con la nota eruzione del 1538-, essa conserva tuttora chiari segni dell'alterno movimento del suolo nella vasta zona archeologica sommersa del Portus Julius.
E' ormai risaputo che il lago d'Averno era considerato l'ingresso all'Ade e luogo consacrato alle divinità infernali, circondato da una folta ed alta vegetazione, legato alla mitica presenza della Sibilla Cumana e meta di religiosi pellegrinaggi. L'aspetto appariva ancora più lugubre anche per le esalazioni mefitiche delle numerose fumarole che non favorivano il passaggio degli uccelli (Averno = aornos). Inoltre, la presenza di caverne scavate nel tufo e nella compatta pozzolana ha alimentato le leggende intorno ai Cimmeri, mitica popolazione che, per la paura del sole, viveva negli antri dai quali usciva solo di notte. La particolare e strategica posizione geografica del lago d'Averno convinse il generale Marco Vipsanio Agrippa a trasformarlo in un attrezzato arsenale e sicuro approdo (Portus Julius), nel contesto degli apprestamenti militari, realizzati durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo (37 a.C.). Questo intervento, pur sollevando aspre polemiche perché profanò un luogo sacro, ebbe breve vita; infatti, appena dopo la conquista del potere da parte di Ottaviano e con la promulgazione della Pax romana, il lago riacquistò il suo carattere sacrale. Soltanto il grande specchio d'acqua (lago Lucrino), che precedeva il lago d'Averno, separato dal golfo puteolano da una poderosa diga sulla quale correva la via Herculanea, continuò la sua funzione di approdo commerciale di supporto alle grandiose strutture portuali di Puteoli.

Il Golfo puteolano prima dell'eruzione del Monte Nuovo.
(Particolare del plastico ricostruttivo realizzato dal progetto Eubea).

Il lago Lucrino, artificialmente delimitato dalla predetta via Herculanea, certamente preesistente alle opere portuali di Agrippa, è ricordato per la cospicua coltivazione di molluschi bivalvi, realizzata da Sergio Orata (Lucrino = lucrum, guadagno).
La valle di Toiano, chiusa a settentrione dalla sella che collega il Monte Sant'Angelo e il Monte Barbaro, in età augustea ospitava il predio (villa rustica, podere) di Marcio Filippo, patrigno di Ottaviano. Qui sostò il futuro imperatore, al rientro dall'Oriente, che, per eredità ne divenne il proprietario. Infatti, Toiano deriverebbe da Ottaviano (in dialetto troncato in Taiano). Nelle vicinanze, forse nei pressi di Arco Felice, è documentata la grande villa di Cicerone, da lui appellata Puteolanum, nota anche per la presenza di una miracolosa sorgente termale, molto frequentata nel Medioevo.
La rinomanza che godette la zona nell'antichità è dovuta anche alla esistenza di copiose sorgenti termali, le cui acque curavano ogni tipo di malattia. Testimonianza di questa attività balneare sono le numerose strutture architettoniche esistenti lungo le pendici della collina di Trìtoli, note come "stufe di Nerone", e la grandiosa sala circolare ai margini del lago d'Averno, conosciuta come "tempio di Apollo".

Dalla fine del V secolo d.C., il movimento bradisismico discendente (positivo) determinò l'avanzata del mare e la sommersione delle opere portuali e termali. Dal VI secolo in poi il silenzio cala su tutto il territorio. Comunque, il poeta Felice, Cassiodoro e l'ebreo Beniamino di Tudela documentano l'interesse per i bagni flegrei da parte dei vari invasori Vandali, Goti e Longobardi. Anche se lo sprofondamento continuò fino al X secolo, periodo in cui il mare -secondo Antonio Parascandola- raggiunse quota sei metri circa rispetto al pavimento del cosiddetto "tempio di Serapide", la frequentazione delle terme è attestata dalla presenza di illustri personaggi tra il IX e il XIV secolo, come i papi Giovanni VIII e Bonifacio IX, gli imperatori Ludovico II e Federico II. Proprio a quest'ultimo si deve l'impulso della rinascita termale; infatti, tra l'ottobre e il novembre 1227, egli si recò ai bagni di Pozzuoli per curarsi dalla malattia che l'aveva colpito a Brindisi, mentre si accingeva a salpare per la crociata in Terra Santa. Contemporaneamente, tra il 1212 e il 1221, il poeta di corte Pietro Anzolino da Eboli gli dedico un trattatello in versi De Balneis Terrae Laboris o De Balneis Puteolanis con l'elencazione in epigrammi latini delle trentacinque sorgenti dei Campi Flegrei. Quest'opera, tradotta in volgare e più volte edita, divulgò le miracolose qualità terapeutiche delle acque flegree, favorendone lo sviluppo e la frequentazione.

La zona più rinomata dei Campi Flegrei per la presenza di numerose sorgenti è quella del lago d'Averno e della collina di Trìtoli, nei cui pressi, sin dal secolo XIII, è documentato il noto villaggio di Tripergole. Già il toponimo, "tre pergole", tre stanze (frigidarium, tepidarium e calidarium) denota l'origine e l'economia termale dell'abitato. Con gli Angioini e gli Aragonesi, la località visse un'età splendida: la corte si trasferiva spesso, per riposo o per svago, nel castello con la famosissima "canetterìa" (allevamento di cani) e la regia cavallerizza, voluta nel 1464 dal re Ferdinando I d'Aragona.
Gradualmente, il territorio si sviluppò secondo la sua naturale vocazione termale: furono realizzate adeguate strutture sanitarie e ricettive, una farmacia ("Speziària") accorsatissima e tre osterie -forse il toponimo deriverebbe anche dalla loro presenza- che, certamente, svolgevano anche la funzione di locanda, destinate, ovviamente, ai frequentatori benestanti. Si ha notizia di un certo Giovanni Caponcapo che ottenne la licenza di costruzione di una taverna da Carlo I d'Angiò, accordata nel 1265. Persino re Roberto d'Angiò, nel 1332, obbligò gli uomini dei casali di Posillipo, Fuorigrotta e Pozzuoli di ripavimentare la strada che da Piedigrotta conduceva a Tripergole, per favorire il turismo termale.
Se si considera che anche la collina di Trìtoli ("stufe di Nerone") rientrava nell'àmbito del termalismo tripergolese, ben diciotto terme erano pienamente funzionanti nel Medioevo, ognuna con una specifica proprietà terapeutica: Bagno di Cicerone o del Prato, Bagno di Tripergole, Bagno dell'Arco, Bagno di Ranieri, Bagno di San Nicola, Bagno della Scrofa, Bagno di Santa Lucia, Bagno di Santa Maria, Bagno della Santa Croce, Bagno del Succellario, Bagno del Ferro, Bagno della Grotta Palombara o della Sibilla, Bagno di Silviana, Bagno di Trìtoli, Bagno di San Giorgio, Bagno del Pugillo, Sudatorio di Trìtoli e Bagno del Petrolio. A queste terme vanno aggiunte quelle della vicina Baia: Bagno del Sole e della Luna, Bagno di Colma, Bagno di Gibboroso, Bagno della Fonte del Vescovo, Bagno delle Fate, Bagni di Bracula e Bagno della Spelonca.

Carlo II d'Angiò, detto "lo zoppo", per venire incontro alle esigenze dei forestieri e degli infermi meno abbienti, che si recavano a Tripergole per le cure belneo-termali, decretò, con provvedimento del 5 settembre 1298, la fondazione di un ospedale, con la prevalente funzione di xenodochio (ospizio per stranieri). E' probabile che il re ampliò in forme più decorose una struttura più modesta, già esistente, forse, in età sveva. Infatti, la presenza dello xenodochio è già documentata nel 1277 ed era amministrato dal napoletano Gregorio Coppola. Il nuovo complesso ospedaliero fu posto alla dipendenza dell'Ospedale Maggiore di Santo Spirito in Saxia di Roma e affidato alle cure del Frati Ospitalieri di quell'ente, chiamati al governo dell'Ospedale dell'Annunziata di Napoli. Addirittura, Carlo II, nella sua magnanimità, dispose la sospensione del pagamento dei tributi ai puteolani "donec durat opus fabrice dicti hospitalis"; il 19 giugno 1307 si registrò anche uno "sciopero e una vera serrata" degli operai addetti alla costruzione e alcuni fornitori "de casali Iullani" si rifiutarono di consegnare il legname. L'opera fu completata, in ogni sua parte, alla fine del 1307, ma qualche reparto dell'ospedale incominciò a funzionare alcuni anni prima. Fra gli architetti che presero parte alla costruzione è annoverato Mastro Gallardo o Gagliardo Primario, noto per l'edificazione della Chiesa di Santa Chiara a Napoli e per la sua collaborazione con lo scultore senese Tino di Camaino. Per la costruzione del complesso di Tripergole, che poteva contenere fino a 120 posti letto, il re concesse 700 once d'oro. Lo xenodochio di Tripergole divenne tanto noto che in esso si celebrava, con grande partecipazione di popolo, la festa della Pentecoste e, in tale occasione, si svolgeva anche la tradizionale sagra delle ciliegie, con suoni, canti e danze.

A Tripergole è documentata l'esistenza di un'altra chiesa sotto il titolo di Santa Maria Maddalena, costruita nel 1309 a "divozione e spesa" del milite napoletano Matteo Caracciolo, detto Carrafa.
Dai documenti non risulta una massiccia presenza di case private, ma solo strutture ospedaliere e termali che funzionavano nelle calde stagioni (da aprile a ottobre), con annesse qualificate infrastrutture. Dalla deposizione di un certo Antonio Russo, allegata alla Informatio pro Hospitali de Tripergola del 1587 (Archivio Storico Diocesano di Pozzuoli), è possibile ricavare qualche elemento descrittivo dell'antico complesso ospedaliero e della topografia di Tripergole. La chiesa e l'ospedale erano ubicati nel castello angioino (forse nelle sue pertinenze); l'ospedale si sviluppava nella parte più bassa, sopra i bagni termali del piano terra (si tratta, quasi certamente, del Bagno di Tripergole) e dislocati ai margini di una strada, lungo la quale si trovavano le tre osterie e la farmacia, che era "là per beneficio di detto Ospedale".

Con la famosa eruzione che portò alla formazione del Monte Nuovo (29-30 settembre 1538), scomparve l'intero villaggio di Tripergole sotto una montagna di scorie vulcaniche, sconvolgendo la fisionomia e l'orografia dei luoghi. I segni premonitori dell'eruzione, già avvertiti alcuni decenni prima, con terremoti e sollevamento del suolo, divennero più intensi e frequenti e causarono lo spopolamento del villaggio di Tripergole; infatti, i cronisti non registrano vittime durante la catastrofe.
Pertanto, oggi è impossibile localizzare con una certa precisione il sito dell'antico villaggio di Tripergole; approssimativamente, esso sorgeva nell'attuale area compresa tra Arco Felice, Lucrino e Toiano, sulle pendici meridionali e sul pianoro dell'allora esistente Monticello del Pericolo. Il centro abitato si trovava nei pressi dell'incrocio di due importanti strade: una tra Pozzuoli e Baia; l'altra, che partiva proprio da Tripergole, attraversando la valle di Toiano e salendo alla Torre di Santa Chiara, in località Monterusciello, si immetteva sulla vecchia via Consolare Campana, all'altezza di Quarto, per dirigersi verso Aversa e Capua.
Dopo il terrificante evento, la zona dove sorgeva Tripergole dovette languire in un lungo, totale e giustificato periodo di abbandono, anche perchè scomparve la maggior parte delle sorgenti termali. L'ospedale di Santo Spirito e la chiesa di Santa Marta, furono riedificati, tra scandali e denunce, intorno al 1572, a Pozzuoli, sul quadrivio dell'Annunziata, le cui strutture, anche se radicalmente manomesse, sono ancora evidenti nell'edificio.
Soltanto nel 1668 si registrò un tentativo di rilancio del termalismo puteolano e tripergolese. Il viceré don Pedro Antonio d'Aragona affidò ad una commissione di medici, guidata da Sebastiano Bartolo, l'incarico di ritrovare le antiche sorgenti termali da Coroglio a Miseno. Lungo le pendici meridionali del Monte Nuovo furono portate alla luce diverse polle, attribuite senza alcun riscontro topografico ai complessi termali di Tripergole, che non furono adeguatamente sfruttate.




Fonti Storiche

l. Editto 22 maggio 1501

Li cattolici Re Ferdinando e Isabella concedono alla città di Pozzuoli le terre emerse in demanio.

2. Editto 6 Ottobre 1503

Li cattolici Re e Regina concedono che il dimanio per le terre, che va seccando il mare, sia della ditta Università di Pozzuolo.

3. Stralcio della cronaca di M.Antonio Delli Falconi

"...Sono ormai due anni in Pozzolo, in Napoli e nelle parti circonvicine sono stati spessi terremoti, E nel giorno innanzi che apparve tale incendio tra la notte e il giorno furono sentiti nelli predetti luoghi tra grandi e piccoli più di venti terremoti. Il di nel quale apparve detto incendio fu lo XXIX di settembre 1538, nel quale si celebre la festa di San Michel'Angelo et fu la domenica circa un hora di notte. Et secundo quando m'è stato riferito, cominciarono a vedersi in quel luogo dal detto sudatoio et Tre Pergule certe fiamme in foco, le quali cominciarono dal detto sudatoio et andavano a Tre Pergule." "Li poveri cittadini di Pozzuoli, sgomenti di questo spettacolo, horribile" scappano verso Napoli "fuggendo la morte col volto però depinto dei suoi colori". Questa la sorte di Baia: "Et le montagne di cenere, pietre et fumo parea che fussero per coprire tutto quel mare et la terra...". Dicono in molti "che hanno veduto la cenere che è arrivata a Vallo de Diano et alcune parti de Calabria". Il venerdì e il sabato successivo, assicuratisi che usciva poco fumo, in molti si portarono a constatare che "si era fatto un monte in quella valle, che gira circa tre miglia, et è poco meno alto di Monte Barbaro, che gli sta incontro et ha coperto lo castello di Tre pergule et tutti quelli edifici et la maggior parte dei bagni che erano intorno".
Nel frattempo a Pozzuoli si recano "L'eccellentissimo Signor Don Pedro de Toledo viceré del Regno con molti cavalieri per vedere sì meravigliosa effetto
.

4. Testimonianza di Pietro Giacomo da Toledo

"Son due anni che questa regione della Campania è stata afflitta da terremoto e la parte dei dintorni di Pozzuoli molto più delle altre: ma il 27 e il 28 settembre scorso i terremoti si fecero sentire notte e giorno continuamente nella città di Pozzuoli: il piano che si trova tra lago di Averno, Monte Barbaro e il mare si sollevò...".

5. Testimonianza di Simone Porzio

"...il gran tratto di terra vedevasi sollevare e prendere la figura del monte..."

6. Testimonianza di P.Sarnelli

"...una grande esalazione coll'apertura di una grandissima bocca, tanto foco e tante pietre e tanta arena menò seco, che ne fece il detto monte con la rovina di moltissimi edificii, di campi, di animali, etc....".

7. Testimonianza del Carletti

"Dalla vomitazione d'incredibile quantità di materie aride e infocate, poste fuori da una nuova bocca vulcanica, che poi dalla mancanza di fuoco sotterraneo e dal raffreddamento delle eruttate materie, rimase ugualmente otturato, avendo elevato il monte e quasi pareggiare il vicino Gauro. Siffatto nuovo ammasso si distese, da un lato fino ad assorbire quasi tutto il Lago Lucrino: di poco più avanti entrò per non piccolo tratto il mare: in altro lato giunse infine dentro il lago Averno, non cessando di avanzarsi di molto al di là della via Campana: e dall'altro lato si unì col Monte Barbaro sollevando a dismisura per ogni dove l'antica superficie".

8. Testimonianza di Francesco Marchesino

Fu tra i primi a mettere piede a Pozzuoli dopo il tremendo sisma. In tutto il territorio "non erano dieci case...che non fussero o conquassate, o in tutto o in parte a terra rovinate, et senza un cittadino e tale fu lo sconquasso, che nessuna pietra restò al posto, dove l'aveva applicata il mastro muratore". Metà Duomo era crollato e tutti i giardini erano "coperti di cenere".

9. Testimonianza di Antonio Castaldo

"Venendo l'estate continui terremoti travagliarono Napoli e Pozzuoli così il giorno, come la notte, e massime nell'entrare dell’autunno, in modo che molti per tema che case non le cadessero addosso, dormivano nelle piazze e nei campi. Ma come il sole entrò nella Libra, i terremoti furono più spessi; e finalmente la sera precedente alla festa del Santo Michele Arcangelo o per dir meglio del Santo Geronimo, verso le due ore di notte si sentì un valido terremoto al quale seguì un gran tuono come di molte bombarde sparate insieme, nè sapendosi che rumore fosse quello uscirono alle piazze le genti domandandosi l'uno e l'altro che cosa fosse: ma non stettero molto in questo dubbio, che furono chiariti non solo da poveri Pozzolani che con le loro donne e figliuoli a Napoli se ne fuggivano: ma d'una continua pioggia di ceneri che fu tutta quella notte, si seppe come sopra il Lago Lucrino, che Tre Pergule si diceva un tempo, era emersa una voragine.
Le genti non ardivano pur alzar gli occhi al cielo temendo prossima rovina ed eccidio: onde ad espiar le colpe ed i peccati, ed a placar l'ira del sommo Iddio, i sacerdoti con gran concorso d'uomini e di donne, e verginelle scalze e scapillate hor questo hor quello tempio in processione visitavano con le lagrime agli occhi, piangendo e pregando il signor Iddio.
Avvertito il viceré di Napoli Don Pietro di Toledo della grande sventura toccata a Pozzuoli tosto cavalcò a quella volta con molti cavalieri napoletani e giunto sulla collina presso la chiesa di S. Gennaro della Solfatara (perché allora si veniva a Pozzuoli per la via Antiniana) atterrito alla vista della città sepolta tra le ceneri vulcaniche con appena un vestigio delle sue abitazioni, per la cui rovina i Puzzolani avevano determinato di abbandonarla affatto, oltremodo commosso ritorna a Napoli, e non volendo acconsentire che una città così antica e famosa si desolasse interamente fece far bando che egli esentava da tutti i balzelli per molti anni tutti i Puzzolani che fossero ritornati nello loro patria: e per più incoraggiarli fece chiamare il suo architetto Ferdinando Manlio, ordinandogli di costruire subito in Pozzuoli un sontuoso palazzo a sua spesa con giardini, fontane ed altri accessori decorativi, pregando ed inculcando la nobiltà napoletana a fare altrettanto, come di fatto avvenne e così Pozzuoli tornò a novella vita"
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10. Testimonianza di Antonio Russo

Dagli atti di un processo celebrato davanti alla Magnifica Corte "Universitatis Puteolanae", processo verbale conservato nell'Archivio vescovile di un'inchiesta aperta sull'Ospedale di Tripergole, la relazione di apertura è del primo luglio 1587.
Tra le testimonianze assunte, è interessantissima quella del sig. Antonio Russo, che abitava a Tripergole. La deposizione testimoniale del Russo è del 30 luglio 1587. Altri sei testimoni ciascuno di età maggiore agli ottanta anni, confermano più o meno i particolari resi dal compaesano di Tripergole.
La testimonianza

"Esso testimonio si ricorda a tempo che era Figliuolo, che andava alla festa di S.Spirito, la quale chiesa stava dentro il castello nominato Tripergola, ed in detta festa se ci spendevano per li maestri le cerase, e se ci ballava, dove concorreva tutta la città in detta festa, ed in detto castello vi era un ospidale della parte di basso sopra li bagni ternarie, ed esso testimonio entrava dentro ditto ospidale, e vi vedeva circa 30 letti nelli quali dimoravano molti infermi forastieri e cittadini, i quali avevano bisogno di bagni sudatorii.
L'anno 1538 nel giorno di San Geronimo (28 settembre) si sentì in detta città un gran terremoto, il quale allo spesso pigliava e lasciava, e tutta la città si mise in rivolta e quasi tutta disabitata, andando a Napoli e per le campagne chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro e pareva che il mondo volesse subissare, e la gente fuggiva etiam nuda e fuggendo esso testimonio coi suoi figli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo di un somiero alla maniera mascolina scapellata e tutti piangevano e gridavano misericordia.
E come fu verso un'ora in due di notte uscì una bocca di fuoco vicino al detto ospidale, nel largo nominato 'La Fumosa' da centro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici e di arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al castello di Tripergola e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo riempì di arena, di pietre e vi fece una montagna nuova in 24 ore dove in fino ad oggi si vede". 30 luglio, 1587








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